(Tratto dal libro: Emergency, una speranza in Cambogia)
di Gianni Mura
In Sierra Leone, domani, ci sarà forse un chirurgo Cambogiano, così come oggi a Battambang c'è un chirurgo curdo. Quelli di Emergency continuano a tessere una tela molto vasta, ma non precaria.
Hanno cominciato credendo che fosse possibile un progetto in apparenza impossibile da realizzare. Era possibile. Sono andati avanti. Andranno ancora avanti, sanno benissimo che il lavoro non mancherà, pessimo e abbondante, in tutti gli angoli del mondo seminati a mine.
Noi li chiamiamo angoli del mondo, anche quando sono vasti come l'Italia del Nord.
Noi le chiamiamo guerre dimenticate, ma chi vive in quegli angoli sa che non è così. Sono guerre improprie e impari, combattute fra un esercito di oggetti perfettamente autosufficienti (esistono anche mine "intelligenti", lo sapete) e una folla di persone che le guerre vorrebbero dimenticarle, ma non possono. Queste persone vorrebbero vivere in pace, pascolare le capre, tagliare la legna, raccogliere il grano, giocare nelle spianate, condurre all'abbeverata le vacche. E pascolano, tagliano, raccolgono, giocano, conducono. Ogni giorno qualcuno salta su una mina. Spesso si tratta di donne, di bambini. Ne vedrete, in queste pagine. Mi ha colpito un particolare: nessuno piange, nessuno grida. Pino Ninfa, il fotografo, ha evitato per quanto possibile le immagini più insanguinate, più choccanti. Per quanto possibile, perchè un ospedale è pur sempre un ospedale e una gamba si amputa con una sega, non con un paternoster. In quegli occhi larghi che guardano l'obiettivo c'è tutta la cognizione del dolore (vado per titoli già pronti) e tutto il silenzio degli innocenti.
In Cambogia come altrove le mine non sono sistemate a caso, ma dove c'è la terra migliore, l'acqua, le coltivazioni, i pascoli. Al nord c'era l'ultima roccaforte dei Khmer rossi. Per sfuggire ai loro massacri tanti cambogiani avevano passato la frontiera thailandese. Come tutti i profughi, sono tornati (stanno tornando) a casa. E lì, sull'uscio, dove l'erba è più verde e la terra più fertile, li attende l'armata sepolta: milioni e milioni di mine, praticamente una a testa (melius abundare). Le mine sono il passato (la guerra) che non passa. Le mine sono la morte a buon mercato, ma nemmeno questo. Più perverso il meccanismo: le mine sono il passato presente che uccide il futuro.
Non è solo questione di tempi, ma di uomini e di soldi. Minare costa pochissimo. Sminare costa tantissimo. In Paesi impoveriti dalla guerra o già poveri di loro, il problema non si pone. È stato calcolato che nella prima guerra mondiale il rapporto dei morti era del 90% per i militari, del 10% per i civili. Nelle ultime guerre (anche quelle definite lampo, anche quelle definite giuste o umanitarie) il rapporto è completamente ribaltato, 90% i civili, 10% i militari. Questo significa, che chi fa la guerra ed è pagato per farla la passa liscia mentre ci lascia la pelle chi la guerra non l'ha voluta né scelta, ma ci si ritrova dentro, ci cammina sopra, ci fa i conti ogni giorno, anche molti anni dopo che i potenti, i generali, i ministri, hanno dichiarato che la pace sovranamente regna.
Su questa finta pace la vera guerra muove la sua lunga coda.
Battambang è un luogo e un'onomatopea, battaglia all'inizio, esplosione alla fine. Le mine non sono fatte per uccidere. Certo, uccidono: si muore dissanguati, in tanti angoli del mondo, perché si salta in solitudine, perché non ci sono ospedali o perché l'ospedale più vicino è a sei ore, a dorso di mulo.
Le mine sono progettate, costruite e seminate perché danno un raccolto sicuro e non le influenza la stagione, il vento, il caldo o la pioggia. Il raccolto non è solo in morti, ma in mutilati che si trasformano in pesi morti da vivi. Persone giovani, senza gambe o senza mani o senza occhi, perché le mine sono studiate a puntino, alcune non scoppiano subito ma dopo qualche secondo.
Pappagalli verdi si intitola il libro di Gino Strada. Perché sembrano giocattoli, di forma curiosa.
Quando un bambino, incuriosito, ne raccoglie uno, lo prende in mano, lo guarda da vicino per capire cos'è, solo allora scoppia.
Le mine, fino a pochissimi anni fa, erano fabbricate anche in Italia. Anzi, sia consentito un po' di malsano nazionalismo, l'Italia era uno dei maggiori produttori mondiali in assoluto.
Belle mine tecnologicamente avanzate, sul piano delle americane insomma, non rozze come quelle cinesi (le russe, già un po' meglio). Adesso non più. Ma al patto mondiale che mette al bando le mine antiuomo continuano a mancare firme importanti: Usa, Cina, Russia, Pakistan, per dirne alcune. Ora, io non ho mai capito come possa un fabbricante di mine guardarsi allo specchio la mattina senza vomitare. So che pure loro distribuiscono depliant, tengono convention, conquistano o perdono fette di mercato, esaltano e piazzano la merce. A parte questi dettagli, pensavo, se esistono le mine antiuomo dovranno pur esistere gli uomini antimine.
Esistono. Uomini e donne antimine sono in Emergency. Frequentandoli, ascoltandoli, ho capito alcune cose. Una è questa: salvargli la vita non è tutto, costruirgli una protesi è solo l'inizio.
Il lavoro del chirurgo di guerra cede il passo al lavoro dell'uomo solidale. La vita salvata va protetta, a questa vita va data dignità. L'intervento chirurgico può salvare o ricostruire pezzi d'uomo.
E poi? Poi si pesa sulla famiglia o si chiede la carità. L'elemento debole, in Cambogia e altrove, è la donna. Moglie che salta marito la pianta, marito che salta moglie lo accudisce. In Afghanistan la donna non è solo l'elemento debole, è l'elemento negato, murato, condannato. A Kabul, Emergency sta battendosi (e gli altri, che si battono contro, sono i talebani) perché possano nascere e crescere, nel lavoro e nel rispetto, cooperative di sole donne.
Non è un impegno facile. Ma, capisco benissimo, per quelli di Emergency era normale e giusto affrontare un impegno del genere. Perché la morte, loro lo sanno meglio di noi, non è solo nella cancrena, nel botto, nelle arterie recise, ma nell'eterno buio dei diritti civili negati, della miseria obbligatoria, del silenzio del mondo.
Così, in Cambogia e altrove, quelli di Emergency non solamente si prendono cura di chi salta sulle mine, ma di chi è cardiopatico, o sciancato, o con la malaria. La speranza non si regala, si costruisce. La dignità del malato passa anche per la bellezza dei fiori nelle aiole, per la pulizia dei gabinetti. Ci si deve mangiare per terra, su questo Gino Strada è categorico. E fa un certo effetto sentir discutere di detersivi e di rampicanti, non solo di medicine, attrezzi, protesi. Però è questa la strada giusta, quella del pane e delle rose.
Quelli di Emergency erano quattro gatti, passati dal "possiamo fare qualcosa?" al "dobbiamo fare qualcosa". L'hanno fatto.
Anche noi possiamo e dobbiamo fare qualcosa. Facciamolo.